Più della stabilità, possono le riforme

La vera crisi dell’Italia è quella della crescita”, ha scritto ieri Richard Barley, columnist del Wall Street Journal. Nulla di esageratamente originale, ma sempre utile da ribadire in queste ore, quando la ricerca della “stabilità” sembra dover prevalere su tutto, e magari offuscare le legittime critiche mosse al governo Letta e alla sua politica economica. Lo stesso quotidiano americano, come hanno osservato nei giorni scorsi alcuni economisti italiani, sottolinea che la situazione delle nostre finanze pubbliche, nel breve termine, rimane sotto controllo.
12 AGO 20
Immagine di Più della stabilità, possono le riforme
La vera crisi dell’Italia è quella della crescita”, ha scritto ieri Richard Barley, columnist del Wall Street Journal. Nulla di esageratamente originale, ma sempre utile da ribadire in queste ore, quando la ricerca della “stabilità” sembra dover prevalere su tutto, e magari offuscare le legittime critiche mosse al governo Letta e alla sua politica economica. Lo stesso quotidiano americano, come hanno osservato nei giorni scorsi alcuni economisti italiani, sottolinea che la situazione delle nostre finanze pubbliche, nel breve termine, rimane sotto controllo. La sospensione delle decisioni di spesa non ancora approvate dal Parlamento, associata a una legge di stabilità senza chissà quali invenzioni, garantirebbero pur sempre il rispetto del tetto del 3 per cento al rapporto deficit/pil, cioè un dato migliore di quello di Spagna, Francia, Grecia, Portogallo, eccetera. La svolta che manca al paese, e che finora questo governo di larghe intese non è stato capace di imprimere, è quella dello sviluppo. Con un debito pubblico mastodontico sulle spalle, la caduta del pil – con annessa riduzione del gettito fiscale – renderà sempre vani i nostri sforzi rigoristi. I dati sulla disoccupazione resi noti ieri dall’Istat lo confermano. Ad agosto 2013, cioè nell’ultimo mese rilevato, il tasso di disoccupazione è al 12,2 per cento, in linea con il 12 per cento europeo, ma comunque elevato e in crescita di 1,5 punti negli ultimi dodici mesi.
Anche analizzando le comunicazioni dell’Istat, c’è la tentazione – da parte di media e precisi gruppi d’interesse – di ridurre tutto al dettaglio. Si preferisce così drammatizzare il dato della disoccupazione giovanile, sicuramente allarmante (al 40,1 per cento nella fascia d’età 15-24 anni, ma poco significativo visto che solo l’11,1 per cento della popolazione in quella fascia d’età cerca lavoro), per proporre soluzioni sempre settoriali. Soluzioni che in questo modo non coinvolgano quanti sono più protetti dallo status quo, da una contrattazione tutt’altro che flessibile o nient’affatto legata alla produttività. Succede così che il confindustriale Sole 24 Ore pubblichi un intervento di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, e lo intitoli “l’anomalia italiana parte dall’evasione”; e che lo stesso governatore ieri abbia dovuto smentire, dicendo che il problema principale secondo lui è invece quello della scarsa produttività nei settori economici al riparo della concorrenza. Ma in nome della “stabilità” – sindacal-confindustriale, o politica che sia – fa sempre più comodo parlare d’altro.